JOBS – ACT: felice di far parte di una minoranza….

 

freeskipper-jobs-actSu i quotidiani e nei TG in questi giorni tiene banco il tema del Jobs Act, con questo articolo intendo condividere con voi alcune mie opinioni. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

Principale oggetto del contendere è il famoso ART. 18  ossia quel disposto normativo dello Statuto dei lavoratori che regola la materia dei licenziamenti. Quest’ultimo, già modificato dalla riforma Fornero, ad oggi prevede che un lavoratore che abbia subito un licenziamento, a suo dire illegittimo, per motivi economici, disciplinari o discriminatori possa ricorrere al giudice per ottenere il reintegro nel proprio posto di lavoro. Escludendo l’ultima motivazione, quella discriminatoria, che rimane oggetto di tutela dell’art.18 nel disegno tracciato dal Jobs Act, per capire cosa potrebbe cambiare con questo documento ci si deve concentrare sulle altre due motivazioni: quando il licenziamento avviene per motivi disciplinari e soprattutto economici.

Per quanto attiene l’aspetto disciplinare l’esecutivo si è ripromesso di esplicitare in modo preciso i casi in cui il licenziamento sia da definire illegittimo, quindi al momento è da ritenersi come un “work in progress” e di conseguenza non si possono ancora trarre delle valutazioni. Tuttavia, spero che nel definire tali casi si cerchi di essere il più precisi e puntuali possibile per far si che, all’atto di regolare tali controversie, venga lasciato meno spazio possibile alle interpretazioni giurisprudenziali, così come avviene nella stragrande maggioranza dei paesi europei, Germania e Francia su tutti.

Quello che personalmente non condivido è l’intento del governo di superare l’art.18 nelle garanzie che questo offre nei casi in cui avvenga un licenziamento per motivi economici. Se già la riforma Fornero su questo tema aveva passato la palla al giudice che doveva accertare le cause del licenziamento per motivi economici ai fini di ottenere un reintegro del lavoratore nel suo posto di lavoro, il Jobs Act sotto questo aspetto, non fa altro che peggiorare le condizione del lavoratore, in quanto non pone nessuna barriera a questo tipo di licenziamento. Serve a poco, a mio parere, l’istituzione di un “un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità”, come ha dichiarato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, in sostituzione del reintegro sul posto di lavoro, qualora si verifichi un licenziamento per motivi economici. Così come mi sembra a dir poco contraddittorio dire che si intende “disboscare l’enorme quantità di contratti a termine, abolendo soprattutto il contratto a progetto di cui si è palesemente abusato”, inserendo un contratto unico di lavoro a tempo indeterminato con tutele crescenti. Tali tipo di contratto prevederebbe l’inserimento del lavoratore in azienda, ma per i primi tre anni (36 mesi) il lavoratore gioverebbe di un’applicazione parziale dell’art.18 (che escluderebbe comunque la possibilità di ricorso in caso di licenziamento per motivi economici, come detto). Quindi, senza troppi giri di parole, a mio giudizio, si sta parlando di un contratto a termine mascherato da contratto a tempo indeterminato.

Senza dubbio ritengo che vi debba essere una distinzione tra una fase in cui il lavoratore attua il suo ingresso all’interno di un ambito lavorativo, da una fase in cui si materializza la sua conferma e quindi la sua stabilità all’interno di questo ambito. Ciò significa che il datore dovrebbe avere giustamente la facoltà di “provare” il proprio lavoratore nell’ambito lavorativo in cui opera, ma se il dipendente si dimostra serio e capace, non può esistere che al trentacinquesimo mese (un mese prima cioè della scadenza del contratto “di ingresso” all’interno dell’azienda) questo venga lasciato a casa con delle motivazioni che non ammettono nemmeno delle ulteriori indagini da un organo terzo, un giudice appunto come accade oggi, in grado di chiarire se tali motivazioni esistano davvero.

Quindi è giusto parlare di abolizioni di co.co.co. e contratti a progetto, è giusto parlare di maggiori tutele per la maternità anche per le lavoratrici a tempo determinato, è giusto condannare il demansionamento selvaggio e limitarlo ai soli casi di ristrutturazione aziendale imponendo che, qualora questo avvenga, il salario non venga ridotto, è giusto anche parlare di ingresso prima e stabilità poi…. purché questa arrivi se sussistono le condizioni. Non può bastare dire che ieri c’erano delle condizioni economiche oggi non ci sono più, grazie e arrivederci, senza ammettere possibilità di replica. C’era una volta quello che si diceva “il rischio d’impresa”, inconfondibile caratteristica del lavoro dell’imprenditore, quello vero, che decide di investire il proprio capitale economico e di conoscenza in un’attività privata con lo scopo di perseguire un utile. Assumere alle proprie dipendenze un lavoratore è un rischio, ma se il lavoratore dimostra di meritare la fiducia del suo datore di lavoro questo diventa una certezza su cui investire.

Nell’attesa che il Jobs Act venga ultimato e definito in modo chirurgico nei diversi punti ancora da chiarire, mi sento sempre più parte di quella minoranza del Partito Democratico che non ama i giochi di parole, che guarda con maggiore interesse alla stabilità di lungo periodo, che all’effimero contentino del breve periodo e del “meglio questo che niente”.  Con il breve periodo non si stimola la domanda di beni e servizi, non si esce dalla crisi economica, non si risolvono i problemi occupazionali. Bisogna creare delle prospettive di lungo periodo e queste non si creano di certo liberalizzando al massimo l’ambito del lavoro unicamente in favore del datore di lavoro. La Spagna ha una legislazione sul lavoro che è la più liberista d’Europa: hanno la disoccupazione al 26,4% (dati 2013, solo la Grecia è superiore con il 27,3%) l’Italia è a poco più del 12%…………dobbiamo ritenerci a metà dell’opera?

 


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