La Lega al tramonto……

Bossi padre figlio

Il 1992 era stato un anno chiave per la Lega Nord. Lo scandalo di Tangentopoli aveva fatto emergere definitivamente, gettandolo al centro della scena politica questo partito, che doveva riunire tutti i movimenti leghisti sviluppatisi non solo al nord Italia ma anche al centro della penisola.  Si lanciava sulla scena come quel partito che avrebbe fatto pulizia del marcio che vi era nella politica italiana del periodo. Il cataclisma dell’inchiesta Manipulite stava spazzando via molti partiti e personaggi che avevano caratterizzato la scena di quella che sarebbe diventata in seguito la “Prima Repubblica”. Era un partito nuovo, che poneva al centro del suo messaggio politico, oltre che uno sfrenato territorialismo anche l’integrità morale, la voglia di dichiararsi a gli elettori come un partito incorruttibile, onesto per definizione. Come sono lontani i giorni in cui, durante lo scandalo Tangentopoli, la Lega Nord si batteva per non fare passare il decreto legge promosso da Giuliano Amato il quale prevedeva la depenalizzazione al finanziamento illecito ai partiti… Era stato definito da tutti i leghisti come una legge che promuoveva il famoso “colpo di spugna” sulla vicenda. Ad oggi, quello che si può definire come il più vecchio partito italiano, pare giunto al capolinea, terremotato dallo scandalo dei fondi pubblici usati per fini personali. Francesco Belsito, il tesoriere (ora ex) del partito è indagato per appropriazione indebita e truffa ai danni dello Stato, ma non è l’unico…. L’ultimo a usare i lingotti d’oro era stato Duilio Poggiolini, diciannove anni fa, in piena Tangentopoli, a casa dell’ex direttore generale del servizio farmaceutico nazionale la Finanza trovò un vero tesoro. Oggi si riscontra una curiosa analogia entrata a pieno titolo nello scandalo Lega: la polizia tributaria meneghina ha accertato che circa 200mila euro di lingotti d’oro e 400mila euro di diamanti, sarebbero stati acquistati lo scorso dicembre con i soldi del Carroccio attraverso alcuni conti presso la ligure Banca Aletti e la Popolare di Novara. Un tesoretto svanito nel nulla che era, secondo i magistrati, materialmente nella disponibilità dell’ex tesoriere Francesco Belsito, di Piergiorgio Stiffoni, uno dei tre componenti del comitato amministrativo della Lega e del vice presidente del Senato Rosy Mauro.  Soldi a cui vanno ad aggiungersi i 4,5 milioni di euro partiti dall’istituto genovese alla volta della Tanzania, 126mila euro versati a Equitalia e altri 78mila al gruppo immobiliare Minetti*. Un fiume di denaro che ha convinto anche la Corte dei Conti ad aprire un procedimento per danno errariale in relazione al reato di truffa aggravata contestato a Belsito per i presunti indebiti rimborsi elettorali percepiti. In questi giorni abbiamo assistito a Maroni che ha chiesto di fare immediatamente pulizia nel partito, cercando di salvare il salvabile, sono arrivate le dimissioni di Belsito ma soprattutto abbiamo registrato la grandiosa affermazione di Bossi il quale annunciava, qualche giorno fa, di avere l’intenzione di “denunciare chi ha utilizzato i soldi della Lega per ristrutturare la mia casa”. Dopo Scajola, un altro che si ritrova una casa nuova a sua insaputa, per grazia ricevuta.

Questa vicenda, aggiunta ad altre, dovrebbe indurre chi ha ancora una sensibilità democratica in questo Paese a riflettere sui guasti di una concezione leaderistica della politica. I “partiti personali” che hanno caratterizzato la seconda Repubblica degenerano più facilmente nella corruzione familistica. In questo il PD ha dimostrato di essere di una pasta ben diversa, e Bersani per primo si è sempre espresso contro l’identificazione del partito nel proprio capo. La futura “terza Repubblica” dovrebbe seguire la linea tenuta dai Democratici e dare un segnale in controtendenza, a cominciare dal far scomparire il nome del leader dai simboli di partito.

Ma se è vero che “la Lega è Bossi, Bossi è la Lega”, per la proprietà transitiva, la fine politica di Bossi significa la fine dell’epopea padana. Anche perché la favola della “diversità” leghista è destinata ormai a essere seppellita nel sarcasmo generale. Addio quindi al mito della Lega “dura e pura”. Adesso che, con tutta evidenza, non è più pura, di “duro” a mio avviso è rimasto ben poco…. e sarà un partito destinato a non durare. Come direbbe un “lumbard” in dialetto, “dura minga”.

Gianluca Treccarichi

(*fonte dati quotidiano Leggo 17/04/2012)

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