Riforma dell’art. 18 è davvero questo il problema?

Ormai da un po’ di tempo a questa parte stiamo assistendo alla trattava in corso tra Governo, Sindacati e Confindustria per la riforma del mercato del lavoro. E’ diventato di grande attualità parlare dell’art. 18 individuato come obiettivo sensibile, passibile di riforma poiché non più compatibile con quelle che sono le esigenze del mercato del lavoro.

 Alcuni blog su internet, oltre che ovviamente molti quotidiani, trattano ormai continuamente l’argomento anche in maniera piuttosto approfondita, ponendo al centro dell’analisi l’art 18, la cui revisione, secondo alcuni pareri, sarebbe di fondamentale importanza per ottenere una riforma organica del mercato del lavoro. Personalmente ritengo che sostenere la tesi di una necessaria riforma dell’articolo 18 come panacea di tutti i mali che affliggono il nostro mercato del lavoro e’ alquanto fuorviante. La volontà di sostenere tesi che guardano a una suddivisione del mercato del lavoro tra chi e’ ultra garantito e chi non lo e’ per niente, rischia di mettere in piedi quella che in gergo viene chiamata “la guerra tra i poveri”, così come sono convinto che ormai, al giorno d’oggi, non si possa neanche più parlare di lavori sicuri a priori. Il precariato esiste anche in quei posti di lavoro che fino a non troppi anni fa prevedevano un altro tipo di contratto lavorativo una volta superata la selezione. Mi riferisco ai vari contratti a progetto e contratti di formazione lavoro messi in atto anche nel pubblico impiego, da diverse amministrazioni locali, per far fronte a nuove assunzioni di personale. Proteggere l’articolo 18 non significa, nemmeno per il sindacato, chiudersi “in un fortino invalicabile” o “rimanere bloccato da cinghie che hanno bloccato lo sviluppo dell’Italia per decenni” come si legge in alcuni quotidiani, significa invece proteggere quelle che sono le ultime certezze di molti giovani che si affacciano al mondo del lavoro, e che grazie alla legge Biagi hanno ormai non solo il lavoro ma una vita precaria, senza progetti a lungo termine. Se l’Italia ad oggi ha uno sviluppo che procede molto a rilento il motivo non è certo da ricercare solo nell’art. 18, ma piuttosto è da ricercare in quelle che sono state le scelte passate e, purtroppo, continuano a essere le scelte attuate nel presente, dai diversi governi che si sono succeduti nel corso degli anni: prima fra tutte, la volontà di investire cifre molto basse rispetto alla media europea, nel campo della ricerca e dello sviluppo. A tal proposito non dobbiamo dimenticare che recenti ricerche pubblicate da l’Economist hanno fatto emergere come l’Italia sia, di fatto, “la cenerentola in Europa”per quanto concerne gli investimenti nella ricerca. Ovviamente di conseguenza i giovani laureati italiani che migrano all’estero (forse in paesi che investono qual cosina in più in ricerca?) sono talmente tanti che in termini di “fuga di cervelli” siamo secondi solo alla Romania.

Sicuramente ridurre quelle che sono alcune rigidità che ostacolano la crescita economica di un paese può servire ma aumentare l’incertezza lavorativa senza aumentare i meccanismi di protezione sociale, significa aumentare solo la precarietà, equiparando la risorsa lavoro alla stregua di un’altra qualsiasi merce di cui si può fare a meno a seconda delle esigenze di mercato. Questo non è un modello che il Partito Democratico può condividere. Le prossime riforme, a mio avviso, dovranno  perseguire una maggiore responsabilizzazione delle imprese, strutturando il mercato del lavoro italiano in modo tale da indurre un’impresa a non dover preferire un lavoratore precario perché di fatto più conveniente dal punto di vista fiscale. Il lavoro precario come accade in alcuni paesi del nord Europa costa di più alle imprese non di meno, proprio perché più alti sono i rischi a cui è sottoposto il lavoratore. In questo modo si spingerebbero le imprese a voler investire nella formazione dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro e magari si eviterebbe che le stesse aziende potessero approfittare di quelle che sono definite le cd “falle contrattuali” di molti contratti a termine, per sfruttare il lavoro a seconda della domanda di beni.

Siamo entrati in una spirale economica in cui l’offerta di beni e’ bassa poiché bassa e’ la domanda degli stessi, e si crea quindi disoccupazione, o al massimo occupazione saltuaria. Ma come può esistere una domanda di beni e servizi elevata se a coloro che compongono la domanda con i loro salari, non viene dato appunto un salario su cui fare affidamento?

 

Gianluca Treccarichi


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